Lo prendo o non lo prendo? Ho tentennato un po’, prima di cedere al demone dello shopping compulsivo ed entrare in possesso del misterioso “Grouchomicon“, il cofanetto con 13 albi dedicati a Groucho, lo strampalato assistente di Dylan Dog.
Gli albetti dedicati a Groucho non sono una novità. Anni fa ne furono pubblicati diversi come allegati agli Speciali dell’Indagatore dell’incubo e storie come “La cosa misteriosa che vive dietro il frigorifero” e “Horrorpoppin'” sono degli assoluti capolavori, in cui Tiziano Sclavi riuscì a dare sfogo a quella vena surreale e delirante già presente in molte delle sue storie di Dylan Dog (ad esempio “Golconda” o “Inferni”, per dirne un paio).
La novità è che nei tredici albetti del “Grouchonomicon” si trovano non solo storie più vicine ai canoni bonelliani di quei mitici albetti, ma anche storie completamente fuori dagli schemi (e fuori di testa). Risultato: una grande varietà di stili, che nel complesso trovano un loro equilibrio proprio nello stare raccolte assieme. Prese separatamente, invece, meritano valutazioni completamente diverse.
Andiamo con ordine: Zerocalcare firma il primo albetto, “Lo sbucciacipolle”, che in fondo cerca un equilibrio tra una classica storia bonelliana e il modo di narrare di Zerocalcare. Ci riesce tutto sommato abbastanza bene, anche se l’autore di Rebibbia ha regalato al mondo sicuramente cose migliori. Comunque, l’idea al centro della storia (ossia il mostro che le dà il titolo) sta bene a cavallo tra l’universo dell’autore e quello dell’Indagatore dell’incubo.
“Papà sto male” di Maicol & Mirco, invece, è un trauma. E’ originale, in qualche modo geniale, e personalissimo come tutta la produzione di questo strano autore. Eppure, Maicol & Mirco funziona molto meglio negli sketch brevi e fulminanti per cui è conosciuto, mentre le 32 pagine dedicate a Groucho non mi hanno entusiasmato. La domanda in testa è: compreresti quest’albo, se non facesse parte del cofanetto? Risposta: mah.
Rimanendo a tema: “Il bambino dei Baskerville” di Sio è un altro albetto che mi ha convinto poco. L’umorismo di Sio e il suo tratto li apprezzo a piccole dosi. Piccolissime. Trentadue pagine di battute demenziali sono dure da reggere, anche se la trama (delirante) della storia quanto meno invoglia ad arrivare fino in fondo.
Tra le storie che avrebbero potuto tranquillamente trovare posto in uno dei mitici “Grouchini”, c’è innanzitutto quella di Paola Barbato e Luigi Piccatto (“Groucho profondo”), classicamente bonelliana, che parte dalla parodia di quell’albo “Dallo spazio profondo” con cui Roberto Recchioni inaugurò il nuovo corso di Dylan Dog qualche anno fa. Anche la buffa “Groucho-con” di Tito Faraci potrebbe benissimo essere un “Grouchino”, non fosse per i disegni di Silvia Ziche, che trasportano il personaggio dal mondo Bonelli verso quello Disney.
Bonelliano, ma molto più folle, l’album curato da Luca Enoch (“Groucho oltre lo specchio”), in cui il mite e simpatico assistente di Dylan Dog si trasforma nel proprio malvagio alter ego, in un tripudio di violenze e depravazioni. Divertentissimo. In “per un pugno di like”, Riccardo Torti torna sul tema dei social network, con un Groucho perennemente attaccato allo smartphone e ossessionato dalla celebrità su Facebook. C’è qui anche un Groucho frustrato dall’essere l’eterna spalla e desideroso di rivalsa.
Quest’ultimo aspetto è centrale nella malinconica storia di Marco Rincione e Giulio Rincione (“La fine di un giorno qualunque”), che ci racconta un Groucho frustrato, depresso, ma anche rancoroso nei confronti di Dylan Dog. Con un finale a sorpresa. Sia quest’ultima storia, che quella di Torti sembrano ottime per uno di quei “Color Fest” che hanno dato spazio a sperimentazioni narrative e grafiche, al di fuori della serie regolare.
“La sindrome di Stencil” di Giacomo Bevilacqua è una buona storia bizzarra “alla Dylan Dog”, che avrebbe funzionato bene tanto come classico “Grouchino”, quanto come storia di un “Color Fest”. Non so invece dove potrebbe stare, se non in questa raccolta, “La caduta di Gro-uk-oh” di Marco Bucci e Jacopo Camagni, che comunque è ottima, sia per la divertente e stramba trovata di raccontare Groucho in una storia fantasy, sia per gli splendidi disegni.
Sorprendentemente carina “Groucho all’inferno” di Daw, una storiella divertente, che si segue con curiosità fino alla fine. L’unico difetto è lo stesso di Sio: 32 pagine di battute demenziali, sparate al ritmo di una o due per vignetta, rischiano di essere letali.
Se non si è capito, mi sto tenendo per ultimi il boccone preferito, che è “Una scatola di polvere”, scritto dall’immenso Francesco Artibani e disegnato dall’immenso Giorgio Cavazzano. Storia davvero bellissima, in assoluto la più bella della raccolta, una trama in perfetto stile Groucho, che mescola dolce e amaro, sorrisi e malinconia.
Il cofanetto prevede anche un extra, “Groucho bufo” di Alfredo Castelli (da uno spunto, si legge, di Tiziano Sclavi): una spiazzante e a tratti imbarazzante incursione dell’Omino Bufo nel mondo Bonelli. E di quella celebre striscia demenziale, l’albetto rispecchia perfettamente i canoni. Che si potrebbero riassumere in una domanda che mi fece, molti anni fa, il preside del liceo, di fronte ad una cosa che avevo combinato: “non so se sei molto intelligente o molto scemo”. (p.s. ho divorato l’Omino Bufo per mezza adolescenza e in un qualche numero di Cattivik ci devono essere pure una o due strisce che avevo inviato per lo spazio dedicato ai contributi dei lettori).
Se non si è capito, insomma, il contenuto del cofanetto è piuttosto disomogeneo: storie classiche con disegni classici, storie classiche con disegni sperimentali, storie innovative con disegni classici, storie completamente fuori da ogni canone e perfino storie che non sembrano neanche delle vere e proprie storie. Prese da sole, non tutte valgono l’acquisto. Messe assieme, invece, trovano un loro miracoloso equilibrio.
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