Le storie sotto i riflettori dei Teletopi 2017

E’ il terzo anno che torno a Bologna, in dicembre, per la giornata dei “Teletopi”, il premio dedicato ai progetti di video storytelling.

Il primo anno ci sono andato perché me l’ha segnalato l’Ordine dei giornalisti e mi sembrava interessante. Il secondo anno, perché il paio di interventi di Giovanna Cosenza erano stati assolutamente illuminanti. C’è poi l’altra ragione, del tutto personale, di respirare per un giorno l’aria della città, della sede universitaria e della stessa sala in cui mi sono laureato più di undici anni fa. Pagando il prezzo di percepire i cambiamenti, le assenze, lo scorrere degli anni.

Verso i teletopi
Dato che il mio treno arriva a Bologna 45 minuti prima dell’inizio dell’evento, colgo l’occasione ogni anno per una passeggiata lungo viale Indipendenza, fino a piazza Maggiore, per poi allungarmi verso via Azzo Gardino per strade e stradine riparate dal traffico.

Mi colpisce, come mai negli anni precedenti, la gran quantità di senzatetto e questuanti. Almeno un paio li trovo a dormire su materassi buttati direttamente sotto i portici, in mezzo al passaggio della gente. E’ quello che i cittadini perbene chiamano “degrado”, ma che a me mette una profonda tristezza. (A proposito: il giorno in cui trovo un leader politico che si dia come obiettivo estirpare la povertà, senza però accanirsi contro i poveri, torno a votare).

Incontro un paio di africani che mi chiedono una moneta, una vecchietta seduta su uno sgabello, un altro vecchio seduto davanti a una luccicante macelleria piena di ogni bendidio. Incrocio  un africano che vende i libri ed è lo stesso che mi fermava quando andavo all’università. Storie, appunto, che ci racconterebbero qualcosa anche su di noi e sulla nostra società.

Consumare per vivere
Ho da tempo l’impressione che consumare prodotti sia oggi l’unica attività in cui la maggior parte di noi ritrovi un senso e un significato dello stare al mondo. Che vendere un brand, oggi, passi attraverso lo storytelling, il coinvolgimento emotivo, la trasmissione di “valori”, mi pare che in qualche modo lo confermi.

Nel suo intervento introduttivo, Giampaolo Colletti parla di “business delle relazioni”. Oggi chi fa comunicazione sa (o dovrebbe sapere) che non esiste più un pubblico indistinto, ma una miriade di comunità o  tribù da intercettare, coinvolgere, emozionare, far sentire parte di qualcosa. Significativi due tra gli esempi visti nella giornata: la tenerissima storia di un anziano che vuole continuare a correre, nello spot “Break free” di Eugen Merther per Adidas; la storia d’amore raccontata da Terry Rayment per lo spot di Kodak, “Understanding“.

Sul futuro che ci attende, tra robotica e intelligenza artificiale, apre infine uno spiraglio l’intervento di Celia Guimaraes. Tema che – a giudicare da un paio di borbottii tra i partecipanti alle mie spalle – ancora non viene percepito come centrale, mentre temo che avrà sempre più a che fare con la produzione e la fruizione di comunicazione.

Una questione di metodo
Quest’anno Giovanna Cosenza è stata una presenza decisamente defilata (che dispiacere), lasciando però spazio a nuovi relatori, meno appassionanti, ma molto pratici e “sul pezzo”, concentrati soprattutto sui mezzi di realizzazione di storie video.

Nicola Bigi di Tiwi concentra il suo intervento sull’importanza dello storyboard e su come il processo creativo a monte di un progetto di comunicazione sia determinante, anche per rendere più rapidi i tempi di realizzazione o abbattere i costi. Fabrizio Colliva e Matteo Castaldo di Filandoinrete, assieme a Francesco Pingitore di LiveMed ci deliziano con una panoramica sulla realizzazione delle dirette, facendo scoprire anche le tecnologie che oggi consentono di trasmettere in diretta via rete.

Una sbirciatina al futuro anche nell’intervento di Amir Baldissera di Experenti, tra virtual reality e augmented reality, esperienze che cambiano radicalmente il modo di raccontare storie. Come si attira l’attenzione di uno spettatore “immerso” in un ambiente virtuale, se l’uso di zoom o carrellate è vietato (a meno di non procurargli nausea e mal di mare)? E siamo, credo, alle domande di base. Pensando al futuro, immagino (molto vagamente) una realtà virtuale che si adatta a chi la vive: un’esperienza diversa per ciascuno di noi, a seconda che tu giovane o anziano, uomo o donna, grasso o magro, alto un metro e novanta o un tracagnotto come il sottoscritto.

Il pomeriggio
Dopo le menzioni d’onore mattutine a Manuel Sgarella di Varesenews e a Wally Giambelli per i 40 anni di Antenna3, il pomeriggio è tutto dedicato ai Teletopi e alle premiazioni, fatto salvo per una bella incursione di Luca Tremolada del Sole24Ore, che porta una carrellata di esperienze di data journalism realizzate, appunto, su www.infodata.ilsole24ore.com. (Utile spunto anche per capire come, in un momento di crisi del settore, ci si possa reinventare il modo di fare giornalismo).

Quanto ai partecipanti al premio, quest’anno nella categoria “Brand”, a dire la verità, non svettano progetti particolarmente emozionanti. Vince facilmente e meritatamente Stefano Caccavari, con il progetto Mulinum, per il quale è riuscito a raccogliere oltre mezzo milione di euro in appena tre mesi grazie ad un video lanciato sui social. Nella categoria “Community” vince altrettanto meritatamente Mattia Mor per “#HoSceltoMilano“. Anche in questo caso, vince facilmente, in mezzo a proposte non particolarmente emozionanti, per quanto meriti apprezzamento almeno “Te lo spiego” di Sacha Dominis.

Nella categoria “Social”, invece, c’è più di una bella proposta. Inevitabile la vittoria di “Aiutali a casa loro” di Actionaid e The Jackal, se non altro per l’originalità, il coraggio e la grande qualità dello spot. Bello, però, anche lo spot “La squadra di Nicola” di Fondazione Dopo di Noi, a cui ho dato il mio voto per la “menzione d’onore” dei partecipanti. Nella categoria “News” varie proposte di alta qualità, con la doverosa vittoria di Repubblica.it per il progetto “Vite ricostruite“, e l’esperienza di video 360 di Corriere.it.

Le storie ai margini
Fine. Ho ancora in testa il tizio che dormiva per terra all’altezza del teatro Arena del Sole: qual’è la sua storia? Fortunatamente, c’è chi racconta anche questo genere di vite. Ad esempio Piazza Grande, la rivista dei senzatetto bolognesi. Ne ho comprata una copia la mattina da un venditore ambulante. Dentro ci trovo qualche storia di queste persone, sbattute in strada da terremoti meno spettacolari, ma non meno devastanti di quelli coperti dai media. Forse, però, molto più difficili da raccontare.

La foto è tratta da startupitalia.eu

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