Metadone #2 – “Vorrei sposare il mio padrone”

Il sindaco era arrivato nel suo ufficio presto, come tutte le mattine, e sarebbe uscito tardi, come tutte le sere.

Non era un lavoro facile, quello del sindaco. Solo mettere la fascia tricolore per presenziare agli eventi istituzionali portava via diversi minuti. Poi c’era l’agenda sempre fitta di impegni: inaugurare il tal posto, tagliare il tal nastro, pensare a una dichiarazione su quell’altra cosa da mandare ai giornali. Per non parlare delle noiosissime riunioni della giunta e degli ancora più tediosi consigli comunali. Decisamente, non ti pagavano abbastanza per fare questo lavoro.

Quel mattino il sindaco stava accorciandosi le unghie di mani e piedi – ché un buon sindaco cura il decoro a partire dalla sua stessa persona – quando fu disturbato da un bussare più rumoroso del consueto. A cui seguì, un istante dopo, l’ingresso della segretaria: gli occhi allucinati, il volto terreo.

“Abbiamo provato a mandarlo via, ma scalciava”, balbettò. Il sindaco non ebbe nemmeno il tempo di aggrottare la fronte in segno interrogativo. La domanda, che girovagava tra le sue sinapsi, trovò risposta all’ingresso di un cavallo baio, dal pelo lucido e marrone.

L’equino attraversò l’ufficio con andatura elegante e si fermò davanti alla scrivania del primo cittadino, in attesa. “Comprenderà se non mi siedo”, si limitò a dire, gettando un’occhiata alle poltroncine riservate agli ospiti.

La segretaria lanciò al sindaco uno sguardo interrogativo. Quell’altro, perplesso, si limitò a rassicurarla: “Vada, signorina, penso io a sentire cose vuole il nostro ospite”.

Si diresse alla scrivania, la circumnavigò e raggiunse la propria poltrona. Fece per allungare la mano, come di rito, per stringerla all’ospite, salvo rendersi conto dell’inappropriatezza del gesto. Lasciò perdere.

horse head marriage

“Mi dica”, tagliò corto. Non sapeva con quale titolo chiamare il suo interlocutore, ma “signore” gli pareva decisamente fuori luogo.

Il cavallo non pareva porsi problemi di etichetta. Espose rapidamente la faccenda: “Vorrei sposare il mio padrone”.

Calò un silenzio imbarazzato. Il sindaco cercò di dire qualcosa, ma improvvisamente le sinapsi nel suo cervello sembravano più caotiche del parcheggio di un centro commerciale il sabato pomeriggio. Dalla bocca gli uscì un suono vuoto.

Il quadrupede sospirò. “Ha capito cosa intendo, no? Il mio fantino. Vorrei sposarlo”. Il sindaco buttò fuori dalla bocca un: “Eh”. L’animale continuò: “Si chiama Giacomo. E’ un bell’uomo. Siamo assieme da quasi dieci anni”. Seguì una pausa imbarazzata. “Intendiamoci: niente di fisico – spiegò il cavallo, pasticciando con le parole -. Solo grandi cavalcate all’aria aperta, spazzolate, biada fresca, abbracci e carezze. Quelle cose che succedono tra un uomo e un cavallo”.

Il sindaco era muto. Fece cenno di andare avanti. “Vogliamo sposarci”, ribadì l’equino. Corresse: “Per la verità, Giacomo sostiene che non si può, ma secondo me cerca delle scuse”.

Il sindaco si schiarì la voce. Capì che era il momento di parlare. “Vede, signor cavallo – attaccò incerto – temo che il suo Giacomo abbia ragione”. L’animale sbuffò e sferzò l’aria con la coda, nervoso.

“Tra l’altro, mi scusi la franchezza, ma pure tra creature dello stesso sesso – obiettò il sindaco – Magari se eravate un maschio e una femmina un modo si poteva trovare, ma così proprio non ci vedo soluzione”.

Il cavallo protestò: “Dov’è scritto che non si può?” Incredibilmente, questa semplice domanda bastò a mettere in difficoltà il primo cittadino. In effetti: dov’era scritto? Provò a svicolare: “Dovrei fare una verifica negli uffici competenti, ma sono certo che…”

“Allora faccia la verifica”, disse il cavallo. E si mise in attesa.

“Porti pazienza, signor cavallo – borbottò il primo cittadino – ma non è che adesso posso mettermi a scomodare tutti gli uffici solo per lei”. Il cavallo, per tutta risposta, sollevò la coda e lasciò cadere sul tappeto dell’ufficio tre palle di merda.

horse head couple.jpg

Il sindaco alzò la cornetta del telefono e compose un numero. Espose la richiesta al dirigente. Passarono alcuni istanti di silenzio. Gli passarono un’altra persona, che gliene passò un’altra. Passò ancora del tempo, poi mise giù. “Mi richiamano appena sanno qualcosa”, disse impacciato. Il cavallo non batté ciglio.

Passarono otto minuti e qualche secondo. Il telefono squillò. Era un’oscura impiegata, che non si qualificò: “Abbiamo verificato”, disse, lasciando morire lì la frase. “E…?”, chiese il sindaco. “E non sappiamo cosa dire”, constatò lei. “C’è un’ordinanza che vieta ad un uomo, ma anche a una donna, preciso, di sposare un animale – spiegò – Ma non sta scritto da nessuna parte che sia vietato il contrario”. Il sindaco si sentì mancare la sedia sotto il culo.

Il cavallo sorrise. Aveva ovviamente sentito tutto. Il sindaco, scornato, attaccò il telefono. “Dunque?”, chiese l’equino. Il sindaco lo fulminò con lo sguardo. “Vada all’ufficio anagrafe e si faccia dare il modulo”, si limitò a dire. Il cavallo ringraziò.

Il sindaco lo accompagnò alla porta, cercando di evitare la montagnola di escrementi in mezzo all’ufficio. Uscendo, il quadrupede si congedò con un ultimo commento: “Pensi che avrei tanto voluto sposarmi in chiesa, ma non ce l’hanno concesso”. Quell’altro si rabbuiò ancora di più: “Questi preti di merda – bofonchiò, guardando andarsene l’animale – Se li sposassero loro, i cavalli e gli umani, invece di scaricare la patata bollente su noi poveri sindaci”.

Tornò quindi alle proprie occupazioni, non prima di aver chiamato la ditta delle pulizie, perché mandassero qualcuno a sanificare il tappeto al centro della stanza.

Un pensiero riguardo “Metadone #2 – “Vorrei sposare il mio padrone”

Aggiungi il tuo

Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

Su ↑

Scopri di più da Basso Veneto

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere