Alla Sergio Bonelli Editore sanno fare il loro mestiere. Parto con questo assunto, per parlare di Mercurio Loi, la nuova serie in edicola da un semestre: una serie indubbiamente anomala, apparentemente poco commerciale, perfino impegnativa da leggere. Eppure, a mio avviso, proprio per questo pienamente azzeccata.
Ho comprato Mercurio Loi molto preoccupato, perché altre opere di Bilotta mi erano sembrate particolarmente impegnative come scrittura, laboriose da comprendere a fondo. Ora mi ci sto appassionando, numero dopo numero.
Il primo numero mi era piaciuto fino ad un certo punto, ma non me n’ero fatto un cruccio: credo che dal numero uno di un fumetto non ci si debba aspettare troppo. E’ un numero difficile da gestire, perché deve introdurre troppa carne al fuoco: essere fruibile a sé, introdurre il personaggio, far familiarizzare con il contesto in cui si muove, definire le coordinate della serie.
Già il secondo numero mi era piaciuto di più, perché iniziava a introdurre alcuni elementi della serie che mi risulteranno più evidenti in numeri successivi, a partire da una sorta di “coralità” delle storie, in cui vanno in scena molti personaggi minori, che costituiscono a loro volta piccole storie nella storia. Storie semplici, ma cariche di pathos, come (in questo numero) le vicende amorose e familiari della sarta o, nell’ultimo numero in edicola, l’episodio dei due gemelli.
Già dal terzo numero “Il piccolo palcoscenico” si capisce che abbiamo a che fare con un’opera raffinatissima: qui l’autore raggiunge le vette, con una sceneggiatura che mescola realtà e finzione, incastrando alla perfezione tutti i tasselli della narrazione.
Si rimane in vetta con il bellissimo “Il cuoco mascherato” (splendidi i disegni di Gerasi, splendide le trovate di sceneggiatura per rendere gli aromi e gli odori, magistrale il concatenarsi di elementi al centro dell’indagine). E non si scende più, né con “L’infelice”, dove appare molto marcato il sottotesto filosofico della seria. Infine, “A spasso per Roma”, una storia “a bivi”, come quelle che leggevo da piccolo su Topolino, ma che riserva molte sorprese e qualche divertente trovata e costituisce una riflessione sul tema delle scelte.
Mercurio Loi è un fumetto sui generis. Fatico a confrontarlo con altri personaggi. Perfino il paragone con Sherlock Holmes mi sembra forzato. Non saprei neppure a che genere ascriverlo.
Personalmente lo trovo complesso, cerebrale, ma mai lento e pesante. C’è sempre un motivo per arrivare alla fine, che qualche volta mi induce a leggere frettolosamente per sapere cosa succederà. Di sicuro non basta una lettura per cogliere in profondità la storia e i disegni, ma per me qualsiasi buon fumetto va consumato a furia di riletture.
Qualcuno ha criticato Mercurio Loi, sostenendo che non è un’operazione commercialmente sostenibile. Forse ha anche ragione, ma personalmente non me ne frega niente.
C’è un giro un certo numero di “critici” del fumetto che spendono tempo a scovare e divulgare i dati di vendita dei fumetti, veri o presunti, come fossero questi l’unico parametro per giudicare un’opera. Era inevitabile che qualcuno arrivasse a scrivere, come mi è capitato di leggere, che Mercurio Loi dovrebbe essere più commerciale, ossia che l’autore avrebbe dovuto scriverlo in modo diverso.
Ma il punto è che Mercurio Loi è un fumetto magnifico, così com’è. E se l’autore l’avesse riempito di scene d’azione, fuffa esoterica o mostri nei sotterranei di Roma, sarebbe stato un’altra cosa: probabilmente una cagata.
Con buona pace degli esperti di dati di vendita, a me sembra che alla Bonelli abbiano fatto un’operazione intelligente ed ecomiabile, anche sotto il profilo imprenditoriale: rischiare. Hanno scelto di proporre un fumetto unico nel suo genere, di elevatissima qualità per scrittura e disegni, destinato evidentemente ad un pubblico diverso da quello di altre serie più tradizionali o d’azione.
Hanno rischiato cum grano salis. Credo che alla Bonelli abbiano chiaro che non esiste (più) un pubblico di massa, indistinto e generico, ma molti pubblici, diversi tra loro. Pur augurando a qualunque autore di diventare il fenomeno di massa, mi sembra saggia e razionale la strategia di diversificare l’offerta, proponendo opere diverse a pubblici diversi per età, gusti, aspettative. Penso che ci sia un pubblico che cerca un’avventura à la Mercurio Loi e un pubblico che preferisce l’azione di Orfani. Personalmente, leggo entrambi. Perché non esisterà più il grande pubblico, ma sicuramente esiste la voglia di divertirsi, emozionarsi e riflettere leggendo cose anche profondamente diverse tra loro.
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